Categoria: Attualità
Commentare: 30.08.2010 10:47

Un’accoppiata deprimente, che, malgrado tutto, non ci meritiamo. Due uomini ascesi al potere che si incontrano in Italia per dar vita a ridicole parate e far grandi affari. Povera Italia. Povera donna. Ieri erano 500, ben vestite e sorridenti. Pagate 70 euro per ascoltare la catechesi di un dittatore che viene accolto con tutti gli onori. (Ovviamente, lui l’ha volute tutte al di sopra del metro settanta, single e belle, dai 18 ai 35 anni.
Gheddafi per l’occasione si sarà fatto consigliare dal socio
Berlusconi, esperto di belle donne, persino minorenni, e mignotte.) Berlusconi, il grande cattolico, fedele al Papa e alla sua Chiesa, che difende a spada tratta il crocifisso e poi fa tutte le reverenze ad un dittatore integralista che dice:
“Ma non lo sapete che in realtà al posto di Gesù hanno crocifisso un suo sosia?" . Che ognuno professi il suo credo, ma si gradirebbe una fede meno di facciata e priva di interessi, specie da chi ci rappresenta.
In Libia l’italiano è proibito e quando Gheddafi andò al potere sono stati espulsi tutti gli italiani. Ci ha sparato contro anche un missile, negli anni ’80.
In Libia i profughi rimpatriati dagli sbarchi a Lampedusa sono stati imprigionati, torturati, violentati e lasciati marcire in carcere in condizioni disumane. Qua, il nostro Premier faccia-rifatta, che aspira a comandare su tutti i fronti in un paese allo sbando e senza alcun briciolo di senso etico, fa il baciamano a cotanto uomo di potere libico.

Non è solo amicizia politica, ma affaristica. Il premier fa affari in Libia, grazie a Gheddafi. Mediaset detiene il 25% della tv libica dove Gheddafi imperversa a capo di una delle “dieci più terribili dittature del mondo”, come è stata definita da Freedom House. Gli intrallazzi sono anche altri, ma tanto pare che non ci si scandalizzi più di niente, a casa nostra. Perché altrove giudicano “impensabile” per un paese civile europeo permettere tutto questo “circo umiliante”, come scritto da Repubblica, sentirsi dire
“L’Islam deve divenire la religione d’Europa” e
“Donne convertitevi all’Islam e venite in Libia a sposare i miei uomini!” (come no!!), per non parlare dei conflitti di interessi del premier, che è ormai abituato a far come gli pare, con le leggi che si firma da solo.
Se fossimo un paese con un po’ di senso dello Stato e sano orgoglio, se fossimo davvero un paese che guarda alla
DECENZA, alla
MORALITA’, alla
LEGALITA’, non saremmo a questo punto. Pure la Chiesa non dice niente, anch’essa attaccata al potere e troppo occupata a far sentire la sua voce sui soliti temi che influenzano la libertà dell’individuo, ma mai contro chi ci governa. Mai. Come ai tempi del Fascismo e delle persecuzioni ebraiche. Possibile che quando si parla di PACS, DICO, gay, pillola ecc...i prelati cominciano a sbraitare come se si trattasse della fine del mondo, e invece quando si tratta di un potente che ci umilia con le sue illegalità e porcherie varie, è pronta a genuflettersi? D’altronde c’è poco da fare. Boffo ci ha provato ed è stato epurato, e oggi tutti i mali dell’Italia per “Il Giornale” pare dipendano dalla casa a Montecarlo affittata al fratello della compagna di Fini.
E cosa ci rimane allora? Parate e tende in giardino, baciamano e strette di mano, grandi sorrisi su grottesche facce di cera…e su tutto l’umiliazione di un’Italia culla di cultura e d’arte che ha perso drammaticamente se stessa, che rimpatria immigrati e si scopre razzista…e l’umiliazione della donna, merce di scambio in minigonna e chiamata alla conversione di una religione che ne permette la lapidazione. Non è questo il paese che ci meritiamo. Non è questo il paese che vogliamo! E ADESSO LEGGETEVI LE TESTIMONIANZE DELLE RIMPATRIATE
Fatawhit, Eritrea : “Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petrolifere. D’un tratto in mezzo al mare sorgono delle piattaforme immense da cui escono lingue di fuoco. Proprio da là è uscita una nave che ci ha accostato. Non so di quale paese fosse, credo che l’equipaggio fosse per metà libico e per metà italiano. E’ stata quella barca che ci ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato nelle mani della polizia. Siamo stati prima portati per 2 mesi alla prigione di Djuazat, 1 mese a Misratah e 8 mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie. Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano quindici poliziotti, spesso ci sequestravano i soldi. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare, voleva tornare nel suo paese, non riusciva più a sopportare le condizioni di vita della prigione. Lo hanno preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le ossa, per poi lasciarlo andare. L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”
Saberen, Eritrea: “Siamo stati arrestati quando la nostra barca aveva lasciato le coste libiche da circa un’ora. La polizia ci ha intercettato, ci ha riportato a riva e là ha cominciato a picchiarci. Le violenze sono continuate anche nella prigione in cui siamo stati portati: Djuazat. Sono rimasta lì per 1 mese e mezzo. Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari, in più prima di uscire mi hanno rubato i gioielli e gli ultimi soldi che mi restavano.”
Selam, Etiopia : “Ho vissuto due anni in Libia. Sono stata arrestata 3 volte dalla polizia, la prima volta quando stavo traversando il deserto, alla frontiera tra Sudan e Libia, due volte quando stavo in casa. Sono stata detenuta un mese nella prigione di Kufra. Dormivo in camerate con altre 50/60 persone, donne e uomini, sul suolo. Ci davano solo dell’acqua salmastra e del pane. Ho assistito alla stupro di una donna. Spesso sono in quattro cinque poliziotti che violentano una sola donna. Molte rimangono incinta. Una volta che escono di prigione non resta loro che affidarsi a coloro che praticano l’aborto clandestino, a volte utilizzano la tecnica dell’ago, in cambio di 200-300 dollari. Molte donne sono morte in seguito agli aborti.”
Araya, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, sono stata arrestata tre volte. Sono stata detenuta in una prigione vicino a Tripoli. Durante la detenzione ho subito una violenza sessuale da parte dei poliziotti. Erano in più di due. Quasi tutte le donne che sono detenute nelle prigioni libiche subiscono delle violenze sessuali da parte della polizia, forse le uniche che sono risparmiate sono le donne con dei figli molto piccoli.”
Wendummo, Eritrea: “Ho vissuto tre anni in Libia. Sono stata arrestata in tutto 5 volte: 1 volta durante il viaggio, nel deserto, due volte quando mi trovavo in casa, una volta quando ero sulla costa aspettando la barca e una volta dopo 10 ore di viaggio in mare, siamo stati intercettati e riportati sulla costa. Ad ogni arresto seguivano uno o due mesi di prigione. Sono stata nella prigione di Kufra e Misratah. A Misratah eravamo 80 donne e 60 uomini nello stesso stanzone, dormendo al suolo. Ho visto più volte mio marito farsi picchiare dalla polizia, ma non potevo fare niente, perché se no avrebbero fatto anche a me quello che stavano facendo a lui. Nel viaggio che mi ha portato a Lampedusa ero sola con mia figlia di 19 giorni, mio marito è rimasto in Libia.”
Hewat, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, durante i quali ho subito tre controlli della polizia. La prima volta ero in viaggio, alla frontiera con la Libia, mi hanno arrestato e incarcerato a Kufra. La seconda volta ero in una casa dove avevano radunato tutti coloro che si dovevano imbarcare a breve. La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi. La terza volta sono riuscita a imbarcarmi ma dopo 10 ore di viaggio la barca si è rotta, la polizia libica ci intercetta, ci riporta sulla costa e siamo tutti trasferiti nella prigione di Djuazat.”
E’ questo il valore delle donne che si vuole convertire?
E’ questo l’orrore di cui vogliamo renderci complici?
Povera donna! Povera patria!Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.
(Franco Battiato)