Commentare: 26.12.2008 11:50
Quando ci si sente incapaci di scrivere,
ci si sente esiliati da se stessi.
(Harold Pinter, Premio Nobel alla Letteratura 2005)

“Nelle sue opere svela il baratro nascosto sotto le chiacchiere di ogni giorno e costringe ad entrare nelle chiuse stanze dell’oppressione”, questa la motivazione dell’Accademia di Svezia al conferimento del nobel per la letteratura del 2005. Parole perfette per descrivere in due righe l’opera del drammaturgo inglese di origine ebrea Harold Pinter.
Nato in uno dei quartieri più poveri e malfamati di Londra, Hackney, il più grande merito dell’autore è stato quello di essere riuscito nell’intento di rappresentare in modo rivelatore, lancinante, quello che spesso si tende a non voler mostrare o che per comodità si preferisce addirittura non accettare. Le sue opere descrivono infatti il mondo contemporaneo come un mondo dove gli esseri umani sono costretti a combattere ogni giorno contro problemi sociali quali incomunicabilità, ingiustizia, violenza e si ritrovano di conseguenza rinchiusi nelle ‘stanze dell’oppressione’.
Questa è la forza delle sue opere. Partire da storie comuni di individui inglesi, reietti della società o borghesi alto-locati che siano, dalla trama talvolta insulsa e senza soluzione, apparentemente così lontane dalla vita reale, che finiscono invece per suscitare nello spettatore la sensazione amara di avere davanti a sé proprio il mondo reale di cui fa parte, quella stessa stanza in cui è rinchiuso. Una riproduzione talmente fedele da lasciare attoniti.
Per farlo Pinter usa uno stile tutto suo che potremmo metaforicamente considerare come un ponte che collega due luoghi lontani, due modi di fare teatro completamente distinti tra loro: quello realista di Chechov e quello surreale di Beckett.






Il poeta Luciano Griffoni e Laurita che canta




