Sono le prime ore del mattino del 9 febbraio 1940 e il risveglio di Tito viene anticipato di mezz’ora poiché il treno che deve prendere per arrivare in Ancona parte alle 8.00.  E’ la sorella maggiore a scuoterlo da una notte piuttosto insonne, che ha visto sciogliere cumuli di neve, rafferma da giorni, e ghiacciare il suo cuore, colmo di angoscia. Tito rabbrividisce al pensiero della partenza, ma cerca di farsi forza. Il freddo se non altro gli ritempra fisico, infondendogli nuova energia. Si lava con cura e si veste mentre le sorelle preparano la sua piccola valigia. Non parlano, ma nei loro sguardi sfuggenti si intravede un mare di lacrime trattenuto a stento.

Il padre, in cucina, fuma la pipa con gli occhi fissi nel vuoto. Sembra una statua di sale, confinata nell’ombra di un cantuccio che pare ripararlo da una tempesta di emozioni celate in silenzio. Il suo è il muto dolore di un uomo forte, forgiato da lunghi anni di vita militare; ma a Tito basta cogliere lo smarrimento sofferto dei suoi occhi per comprendere il peso di quella separazione che sta per segnare per sempre le loro vite.

Alcuni parenti fanno coraggio alla madre, a letto malata. Quando Tito entra nella sua camera per salutarla, l’angoscia dell’imminente distacco si svela in tutto il suo strazio nel pianto incessante che le riga il volto. “Mamma…” le sussurra Tito, sentendosi spezzare il cuore, che batte all’impazzata. Lei si sforza di nascondere le lacrime, per non farlo soffrire più di quanto stia già soffrendo, e Tito stesso cerca di mantenere la calma, per non turbarla oltre…ma dopo poche parole bisbigliate per reciproco conforto, il giovane si getta fra le braccia della madre baciandole più volte la fronte.

Vorrebbe non separarmi mai da quell’abbraccio caldo d’amore che, per un istante, lo riporta alla dolcezza dell’infanzia, ma è ormai giunto il momento di andare. In tutta fretta si precipita fuori dalla camera, consapevole di aver lasciato parte del suo cuore fra le braccia della madre. Le sorelle, guardandolo prendere la piccola valigia, si abbandonano ad un pianto silenzioso mentre egli le saluta con profonda commozione. Saluta poi gli zii e i cugini…baci, abbracci, strette di mano, che portano impresso il prezioso sigillo di un affetto incondizionato. Tito lo sente espandersi nel proprio petto come una fiamma bruciante nel pieno dell’inverno. Una fiamma che riscalda e, nello stesso tempo, consuma il barlume di ogni speranza.

Il padre e il cognato vogliono accompagnarlo alla stazione di Marzocca. A testa bassa, i tre uomini si incamminano lungo una stradina resa fangosa dalla pioggia e dalla neve disciolta. Un percorso faticoso a cui Tito si affida sostenendo il peso di una valigia che contiene il ricordo della sua amata casa.
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Passo dopo passo, trascina i piedi nel fango mentre la sua mente affonda in un presente vuoto di pensieri. Passano pochi minuti dal loro arrivo in stazione quando giunge il treno. Il padre attende l’ultimo momento per salutare l’unico figlio maschio. Lo abbraccia, stringendolo forte ma senza perdere il contegno che lo contraddistingue. Sono due uomini adulti che la vita ha già temprato con diverse prove e con uno sguardo carico di emozione si fanno coraggio, ricacciando indietro le lacrime.

Il treno infine parte, emettendo un fischio prolungato che stride come un ordine militare gridato nell’aria gelida. Un pennacchio di fumo nerastro va mescolandosi al grigiore delle nubi e, in quel turbinio di fumo e rumori metallici, Tito intravede la figura del padre allontanarsi sempre di più oltre il finestrino e confondersi alle gocce che colano sui vetri… Le lacrime si riaffacciano con prepotenza agli occhi, ma deve essere forte e affrontare il suo destino a testa alta.

Quando però il treno, correndo a tutta velocità, passa davanti alla propria casa, Tito rivede i suoi parenti. I loro fazzoletti bianchi agitati al vento in segno di saluto gli parlano di un candore intriso di lacrime che si accompagna al colore cupo del cielo gonfio di pioggia. Lacrime e pioggia bagnano questa dolorosa separazione e Tito chiude gli occhi, sentendosi bagnare le guance da un mesto pianto, mentre l’immagine delle persone che ama di più al mondo si perde infine sul filo dell’orizzonte.

La prima tappa che aspetta Tito nel suo lungo viaggio è il distretto militare di Ancona. Una volta sceso dal treno, lo raggiunge insieme ad alcuni conoscenti, incontrati lungo il tragitto, e a suo cognato. Questi, in sella alla moto, lo ha preceduto, ansioso di conoscere la sua destinazione.
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Non piove in Ancona, ma la cupezza del cielo annerito di nuvole fa da sfondo alla prima, difficile prova che la vita militare sta per riservare a Tito. Il maresciallo addetto all’ufficio svolge il suo ruolo con ammirevole efficienza e altrettanta freddezza. E’ lui a indicare nel foglio di visita il reggimento a cui ogni soldato è assegnato. Una fila di giovani uomini sfila al suo cospetto, in fremente attesa di conoscere il proprio destino, ma il maresciallo sembra quasi non notarli, tanto è preso dal lavoro burocratico che sta eseguendo. Scribacchia nomi di persone, nomi di città, nomi di reggimenti, con una scrittura rapida e impietosa, senza sbavature. A Tito sembra di essere di fronte all’oscura figura di Minosse che, nella Divina Commedia, indica alle anime dannate il girone al quale sono destinati.

Trattiene il fiato quando ritira il foglio che gli viene consegnato, ma, mentre lo legge, rischia di svenire! Pensa che ci sia un errore – deve esserci un errore! –  continua a ripetersi ad alta voce, e, sentendosi stringere il cuore dall’angoscia, ritorna dal maresciallo per presentare i suoi documenti e avere chiarimenti: “Maresciallo, permettete: come potete controllare da queste carte ho conseguito il titolo di automobilista presso un centro automobilistico, qui in Ancona…pensavo di essere assegnato a tale corpo, qui invece c’è scritto X^ Reggimento Fanteria Regina…dislocato nel Mare Egeo!”.

Il Maresciallo con aria vagamente infastidita controlla attentamente i documenti di Tito che sente il cuore rimbombargli nelle orecchie. Quel momento di silenzio e infinita tensione sembra mai finire… Il maresciallo, dopo aver sollevato gli occhi dai documenti, lo squadra dalla testa ai piedi, come se dovesse valutare la posizione di una pedina sopra una scacchiera. Una pedina poco rilevante, ma necessaria al meccanismo di quel gioco mortale che sta per sconvolgere l’intero mondo.

“Mancanza di uomini: vai in fanteria come tutti gli altri” risponde dopo un po’, con voce monocorde. Tito rimane di stucco. Non può crederci e prova ancora una volta a far valere le sue ragioni. Il maresciallo non fa una piega; chissà quante anime dannate hanno cercato di votarsi al suo benvolere per non finire nel girone a cui sono state condannate!
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Tito non è primo soldato che tenta di sottrarsi al suo destino. Ma Tito, a differenza di altri, non ha i mezzi per cambiarne il corso. Come verrà a sapere più avanti, il suo posto di automobilista è stato assicurato dal maresciallo ad un altro soldato, dietro lauto compenso. In quel momento sa già di essere di fronte ad una ingiustizia. Una ingiustizia che fa arrabbiare anche suo cognato, il quale prova a convincere il maresciallo a rimediare all’errore. Tentativi inutili. Tito comprende che deve farsene una ragione. Riprende in mano i documenti, ripensando alle lacrime silenziose di sua madre e a quel lungo abbraccio che ha sancito la loro dolorosa separazione. “Abbi cura di mamma e falle coraggio”, sussurra al cognato che annuisce con il capo e lo abbraccia forte per salutarlo. Non c’è tempo da perdere. Un altro treno lo attende, alla stazione di Ancona, questa volta diretto a Foggia.

Non è solo, Tito. Altre giovani reclute come lui si dirigono verso la stazione. Ognuno ha una storia da raccontare dietro quegli sguardi che parlano più delle parole. Sguardi velati di tristezza ma senza lacrime. Ad accomunarli, una fascia di riconoscimento che li riveste di un nuovo ruolo e di una schiacciante responsabilità di fronte al mondo. Al distretto militare Tito è stato nominato “capo drappello” e ciò lo intimorisce ancora di più. Avverte il peso di una, cento, mille vite in quella fascia che gli cinge il braccio e sale sul treno sentendo di lasciare dietro di sé il ricordo di un altro se stesso. Si rivede anni addietro, spensierato, accanto alla sua famiglia, nella tranquilla cornice del paese in cui è nato, cresciuto, e che ha sempre amato. Nel momento in cui il treno parte, abbassa il volto, pensando che il Tito di un tempo non tornerà mai più.

(continua….)

La prima parte del racconto premiato come miglior racconto storico con la targa LE MEZZELANE nell’ambito del Premio Letterario Nazionale “Città di Ascoli Piceno” .

Il racconto, ispirato ai diari di guerra del Caporale Tito Zampa, è inserito nell’antologia del premio edita da Le Mezzelane editrice. 

Nelle foto, dall’alto: ritratto fotografico di Tito soldato, il lungomare di Marzocca e la stazione di Ancona negli anni ’40, e l’esercito italiano di stanza nell’isola Kos durante la Seconda Guerra Mondiale a cui Tito venne assegnato. 

“Quando Tito partì per la guerra”
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