La scrittura non dà risposte, ma offre domande che sono alla base dell’esistenza. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?.

E’ in queste domande secolari che la scrittura sviluppa se stessa. Trovando le sue risposte.

Risposte del tutto personali e arbitrarie, che ognuno può interpretare a seconda della propria esperienza.  E della propria emotività.

In questo senso la scrittura possiede un potere unico, ma molteplice, che lascia l’uomo libero di essere se stesso.

Il bisogno di scrivere nasce in me essenzialmente da questa pretesa di libertà. Una libertà che mi renda consapevole delle mie immensità e delle mie bassezze e mi risollevi da un equilibrio interiore difficile da raggiungere.

E’ con la scrittura che tento di riconoscermi nella realtà che mi circonda, esprimendo ciò che sento dentro. Di darmi un volto, prendendo a prestito mille altre volti. Di carpire la vera essenza delle cose osservandole, annotandole. Vivendole.

Giorno dopo giorno, immagini, voci ed emozioni all’apparenza intraducibili appaiono nella mia mente come lampi nella notte. Per afferrare, comprendere e perpetuare nella scrittura il fugace bagliore di questi lampi notturni, è dolorosamente necessario saperli attendere. Come si attende la nascita di un figlio, che è sempre ricolma di grandi ispettive, ma segnata dal dubbio e dalla sofferenza, così la scrittura esige anima e corpo.

La scrittura è come un osservatorio privilegiato puntato sul mistero della vita che, se da una parte ti astrae dal mondo, dall’altra ti permette di viverlo in profondità.

Potrei dire che io scriva solo per me stessa, ma non è così.

Scrivere nasce da un disperato bisogno di esserci che mi incita, nella solitudine di una stanza e di un sentimento, a costruire ponti spirituali fra me e il resto del mondo.

“Scopo del linguaggio è costruire ponti” annotava Ludwig Wittgenstein nelle sue “Ricerche filosofiche”. E la Scrittura è un messaggio di “speranza senza speranza”, che per sopravvivere a se stessa deve aprirsi al mondo e farsi portavoce di ogni sua storia.

Ogni libro è un viaggio in cui l’autore e il lettore si tengono per mano.

E non importa che io sia conosciuta o meno. “I poeti sono tutti fratelli” diceva Arthur Rimbaud. Ciò che importa è gettare nei cuori più affamati quel prezioso seme carico di significato che è la Parola. Lasciare che maturi col tempo e nutra l’uomo in profondità, aiutandolo a crescere. Perché la letteratura è da sempre quella “patente d’infinito” (come scriveva Paul Celan) che ci riscatta dalla morsa mortale di questa esistenza e ci fa vivere in intima comunione con l’intero universo.

 

Nella foto in alto, mentre scrivevo il mio primo romanzo, a 19 anni nel 1997…la foto sottostante è di Tiziana Torcoletti.